martedì 1 gennaio 2013

Dieci anni senza Giorgio Gaber


Sono passati 10 anni dalla morte di Giorgio Gaber.
In questi giorni sono usciti un libro ed un CD per ricordarlo.
Il 4 gennaio di 10 anni fa andai ai funerali di Gaber. Voglio riproporre un mio ricordo personale di quel giorno, scritto di getto, la sera stessa.

Oggi ero ai funerali di Giorgio Gaber.
Non voglio però raccontare dell'enorme tristezza che mi stringeva il cuore.
Penso che il dolore sia personale e che ognuno di noi lo provi e lo viva in modo diverso e che difficilmente sia trasmissibile ad altri.
Voglio però raccontarvi del contorno.
Un contorno unico che probabilmente sarebbe piaciuto molto a Giorgio, che ne avrebbe tratto spunti notevoli per lavori futuri.
Per un attimo ho davvero pensato che fosse tutta una meravigliosa messa in scena e che Giorgio fosse nascosto tra la folla a godersi lo spettacolo.
Chiaravalle è un piccolo borgo contadino a 10 minuti dal centro di Milano.
Come si sia salvato dall'urbanizzazione selvaggia non si sa, ma tant'è.
Guardandolo, ricorda davvero la vecchia Milano del dopo guerra, con le case basse a ringhiera, le osterie dove i vecchi giocano a carte.
Un borgo composto da gente povera, come negli anni '60. 
Da sempre, a far compagnia ai contadini, storie di immigrazione e di immigrati; ieri del sud Italia oggi del sud del mondo.  
Il cimitero, un circolo dell'ARCI e l'Abbazia, più in là una comune di Punk.
Davanti all'Abbazia ci sono una decina di baracche, vecchie roulotte senza ruote e con i finestrini di cartone. 
Rom; qualche bambino e un paio di cani che abbaiano ai forestieri. Davanti alle baracche scorre un canale con l'acqua grigia e maleodorante.
Sono arrivato per tempo, ma la gente è già tantissima.
Dicono ci fossero 10.000 persone, l'unica via di comunicazione è completamente intasata.
Il traffico bloccato, auto parcheggiate dovunque rendono difficoltoso il passaggio anche alla gente a piedi
A fatica raggiungo il cortile davanti al sagrato dell'Abbazia.
Centinaia di persone anche lì.
Gente comune, media borghesia, jeans e pellicce, giovani e meno giovani.
Vicino a me tre attempate signore "messa in piega" e pelliccetta non si fanno scappare un Vip.
D'altra parte sarebbe impossibile ignorarli: macchinone, guardie del corpo, portaborse e tirapiedi.
Consumati teatranti che nonostante l'occasione non riescono a risparmiarci la loro ingombrante presenza.
Figure grottesche: mezzi uomini e mezzi telefonini cellulari.
I Carabinieri e i Vigili Urbani faticavano a contenere la gente.
Fa la sua comparsa anche la Polizia Regionale, belli biondi nelle loro nuove divise grigioverdi: un po' Guardia Forestale, un po' Guardia di Finanza.
L'Abbazia straborda di folla che tracima in un vai e vieni incessante.
Un paio di corone troneggiano davanti al portone d'ingresso, una è della provincia, l'altra del ministro ai beni culturali: Urbani.
I fiori delle corone vengono "rapinati" dalla folla che vuole portarsi a casa un "ricordo". 
La funzione religiosa scorre tranquilla, omelia breve ma poco trascinante.
Verso la fine della funzione cominciano a dileguarsi alcuni Vip.
Per primo esce  Gianni Morandi, che si defila da un'uscita secondaria.
Lo segue da lì a poco Adriano Celentano, costeggiando il muro di cinta del cortile. Non si capisce se voglia o non voglia farsi notare, tuttavia si dilegua tra sorrisi e cenni di saluto.
Lì, nel fondo del cortine scatta un breve applauso indirizzato al molleggiato. Pochi secondi ma la sensazione è comunque antipatica.
Da li a pochi istanti esce il presidente del consiglio.
A differenza dei suoi predecessori, Berlusconi, fende la folla. 
Lo intravedo in mezzo alle guardie del corpo, capelli radi ma perfetti e le solite due dita di cerone color "terra di Siena" impastano un volto di circostanza.
Scatta il solito applauso, ma dal fondo del cortile partono anche dei fischi.
Dopo la distribuzione eucaristica arriva la fine della funzione religiosa.
Segue un breve ricordo di un giornalista.
Parla della "religiosa" laicità di Giorgio, del suo matrimonio con Ombretta Colli, del ritiro in campagna.
Mentre ripercorre la sua vita, mi torna in mente un'intervista di un paio d'anni fa, in occasione del suo ultimo disco.
L'intervistatore chiedeva come il Gaber "politico", da sempre vicino ai temi sociali, avesse preso la candidatura della moglie nelle liste di Forza Italia. Ricordo la risata di Giorgio e come raccontasse degli sfottò degli amici, primo tra tutti Enzo Jannacci.
Terminata l'omelia laica, viene mandata una canzone dell'ultimo disco.
E' davvero un testamento morale molto toccante. Parla di bambini. Di futuro, ma anche di girotondi che cambiamo il mondo.
Profondo ma dissacrante come sempre.
Un applauso scrosciante accompagna l'uscita della bara coperta da un cuscino di rose bianche.
Alcuni piangono, commossi, molti toccano la bara nel suo tragitto verso il carro funebre.
Tra la folla si leva qualche pugno chiuso. 
Dopo qualche istante escono tutti.
Tra gli altri Enzo Jannacci. Qualcuno lo saluta: "Ciao Dottore!" 
E' detto col cuore.
Manca solo l'amico di sempre Dario Fo.
Giorgio ci ha lasciato così come ha vissuto: una vita, la sua, passata nella certezza del dubbio.

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